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L’agroalimentare regge nella pandemia.

Malgrado l’anno appena trascorso abbia visto in negativo tutto il comparto export italiano, le eccellenze a tavola si confermano in crescita: i dati ISTAT registrano infatti un nuovo record per il 2020 (46,1 miliardi di euro), che rende l’agroalimentare l’unico settore in positivo (+1,9%) insieme al farmaceutico (+3,8%).

A farla da padroni sono i prodotti alimentari, le bevande e il tabacco (39,1 miliardi) a cui vanno aggiunti i dati dei prodotti dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca (altri 6,9 miliardi di euro). Considerando che l’intero export nazionale vale 433,5 miliardi, il settore agroalimentare si conferma perciò un fondamentale colonna portante del nostro Paese. Il Presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, ha portato anche queste cifre nel suo incontro con il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, durante le consultazioni di febbraio. “A trainare la transizione ecologica del Paese deve essere l’agroalimentare che è stato l’unico settore cresciuto all’estero nel 2020 facendo registrare il record storico per il Made in Italy sulle tavole di tutto il mondo nonostante le difficoltà della pandemia Covid” ha dichiarato Prandini.

All’estero c’è fame d’Italia, con i consumatori stranieri che non hanno mai fatto mancare la presenza dei prodotti più tradizionali dell’agroalimentare nazionale”. Una fame che ha richiesto i prodotti italiani anche nelle proprie case, non solo nei ristoranti. Con il lockdown, molti in Europa e non solo hanno provato a cimentarsi nelle ricette tradizionali del Belpaese tra le mura domestiche. È la fotografia che restituiscono i dati di Coldiretti: le maggiori richieste nell’ordine sono state registrate dalle esportazioni nazionali di conserve di pomodoro (+17%), pasta (+16%), olio di oliva (+5%) e frutta e verdura (+5%). Queste ultime hanno raggiunto in valore il massimo di sempre.

Al contrario, il vino italiano ha risentito duramente della pandemia, con un calo del 3% nelle spedizioni, a causa della chiusura dei ristoranti (il principale mercato di sbocco per le bottiglie di alta qualità, secondo l’analisi della Coldiretti, sui dati Istat relativi ai primi dieci mesi dell’anno). Interessante anche analizzare i principali Paesi richiedenti i prodotti agroalimentari del Made in Italy: oltre la metà delle esportazioni nel 2020 sono state dirette per il 55% verso l’Unione Europea (la Germania al primo posto, 7,73 miliardi di euro e un +6%; a seguire la Francia, con uno stabile flusso per un valore di 5.08 miliardi e 3,6 miliardi verso la Gran Bretagna, +2,8%). Il primo partner commerciale extra-UE rimangono gli Stati Uniti: malgrado i dazi aggiuntivi introdotti dal precedente presidente, Donald Trump, gli USA registrano 4,9 miliardi di export agroalimentare, e un aumento del 5,6%. La pandemia dunque non ha spinto cittadini europei e del mondo a rinunciare al Made in Italy, anzi: da uno studio condotto da Nielsen insieme ad AssoBio, la crescita dell’export bio fa registrare numeri ancora più esaltanti (una crescita dell’8% rispetto al 2019, per un valore di 2.62 miliardi di euro).


Il Covid ha aumentato la richiesta di prodotti che favoriscono il benessere, consolidando il ruolo dell’Italia quale seconda nazione al mondo per esportazione di prodotti biologici dopo gli Stati Uniti. “L’Italia può ripartire dai punti di forza con l’agroalimentare che ha dimostrato resilienza di fronte alla crisi e può svolgere un ruolo di traino per l’intera economia” ha ribadito Ettore Prandini, sottolineando però che “a livello internazionale occorre impiegare tutte le energie per superare le politiche dei dazi e degli embarghi per ridare respiro all’economia mondiale in momento difficile per tutti”.

Per sostenere il trend di crescita dell’enogastronomia Made in Italy serve anche agire sui ritardi strutturali dell’Italia e sbloccare tutte le infrastrutture che migliorerebbero i collegamenti tra Sud e Nord del Paese, ma anche con il resto del mondo per via marittima e ferroviaria in alta velocità, con una rete di snodi composta da aeroporti, treni e cargo. “Una mancanza che ogni anno – continua Prandini – rappresenta per il nostro Paese un danno in termini di minor opportunità di export al quale si aggiunge il maggior costo della “bolletta logistica” legata ai trasporti e alla movimentazione delle merci”.

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